Come sarà l’umanità del futuro? Ce lo svela l’antropologia digitale. Intervista ad Alice Avallone

Che cosa studia l’antropologia digitale? Che rapporto c’è tra la tecnologia e la cultura? Come è cambiato il nostro comportamento in Rete dopo il Covid? Di questo e molto altro ancora Alice Avallone (direttrice dell’Osservatorio di Antropologia digitale Be Unsocial) ci parlerà all’interno di questa intervista.

Antropologia digitale

Alice, tra le tante attività che svolgi in ambito digitale, dirigi un interessante progetto editoriale, l’Osservatorio di Antropologia digitale Be Unsocial. Di cosa si tratta esattamente? Come nasce l’idea di dar vita a questa iniziativa di antropologia digitale?

Be Unsocial ha radici lontane. Sono inciampata sull’etnografia digitale per caso parecchi anni fa ed è stato amore a prima vista. Non poteva essere altrimenti: ho un background ibrido, a cavallo tra lettere moderne prima e pubblicità, e da tempo cercavo di portare un approccio più umanistico nel mio lavoro di digital strategist. L’etnografia digitale mi ha fatto capire che era possibile affiancare al marketing uno sguardo più autentico e vicino alle persone. Da queste premesse, il mio interesse per l’antropologia digitale è esploso negli ultimi due anni e la nascita di Be Unsocial ha coronato il sogno di portare questa cultura anche nel nostro Paese e nei processi aziendali.

Avvicinarsi all’antropologia digitale è come intraprendere un viaggio che si rivela essere molto più lungo di quanto avevi inizialmente programmato. Lo scopo del mio osservatorio è quello di fornire mappe utili per capire come noi esseri umani ci muoviamo in Rete. Si impara tanto degli altri, che possiamo osservare come vere e proprio tribù, ma anche di noi stessi. Questo accade perché tale disciplina cerca di trovare un equilibrio tra l’universale e il particolare, tra somiglianze e differenze. Cerca di comprendere le connessioni all’interno della società e il digitale, e di spiegare le interrelazioni con i dispositivi tecnologici che ci circondano”. 

Che cosa vuol dire essere una ricercatrice di cultural insight e small data per le aziende tecnologiche? 

“Significa comprendere innanzitutto le identità culturali delle persone, dove per “cultura” non intendiamo “quanti libri hanno letto o quali musei hanno visitato” ma quell’insieme di pattern che sono adottati nella quotidianità: i gesti, le abitudini, le credenze, le emozioni che si provano. Sono tutti insight importanti, ovvero conoscenze che possiamo raccogliere sul pubblico. A volte si usa il termine “thick data”, proprio per sottolineare che si tratta di informazioni “di un certo peso”; altre semplicemente si usa small data, perché in fondo sono piccoli dati visibili solo a un occhio umano.

Tornando al termine “cultura”, è interessante notare come questo termine abbia origine dalla parola latina colere, che si traduce “coltivare”. In effetti, l’antropologia cerca di far avanzare la conoscenza sugli aspetti dell’umanità che non sono naturali (innati) ma piuttosto coltivati, acquisiti. Come i comportamenti, le relazioni e il linguaggio. E sono proprio questi tre aspetti a essere indagati dall’etnografia digitale soprattutto quando applicata al mondo corporate. È immenso il patrimonio di conoscenze che un brand può acquisire semplicemente grazie all’osservazione dei propri consumatori: come si comportano con il loro prodotto, quali sono le leve di engagement dentro la community di riferimento, che linguaggio utilizzano. Small data, appunto, che affiancano i risultati dell’analisi quantitativa (e che spesso ne restituiscono un significato)”.

Che rapporto c’è secondo te tra la tecnologia e la cultura?

“La relazione tra le due è strettissima, un tutt’uno. Basta stare a una delle definizioni più classiche di cultura fatta risalire all’antropologo vittoriano Sir Edward B. Tylor, che nel 1871 definì la cultura come “quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, le arti, la morale, la legge, i costumi e ogni altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo”. Una definizione questa che ci suggerisce che la cultura si riferisce alle capacità mentali (pensieri) e al comportamento (azioni); implica che sia appresa e condivisa, integrata e dialettica. Non è forse questa la natura stessa della Rete? 

La cultura è l’insieme di capacità, nozioni e forme di comportamento che gli individui hanno acquisito come membri di una società. E la tecnologia, in tutte le sue forme, ne è la massima espressione. In antropologia, per “artefatti culturali” ci si riferisce a tutto ciò che è stato creato da un essere umano che può fornirci informazioni sulla cultura del suo creatore e degli utenti. Eccoci dunque a studiare gli strumenti – smartphone, tablet, assistenti vocali – ma anche l’uso che si fa di questi strumenti – selfie su Instagram, video su TikTok, recensioni su Amazon”. 

Che rapporto hai tu con le nuove tecnologie?

“Sono curiosa, e mi approccio agli strumenti da consumatrice, prima ancora che da ricercatrice. Mio padre è stato un early adopter di ogni genere di tecnologia e così ho avuto la fortuna di crescere tra i primi computer e cellulari, nonché di potermi muovere in Rete quando ancora era poco diffusa in Italia. Ero piccola, e mai avrei immaginato che un domani sarebbe diventato il mio lavoro. 

Con l’adolescenza, ho vissuto poi un lungo periodo nerd: smontavo i case, montavo schede grafiche, passavo intere giornate prima sulle messaggerie e poi su IRC. A guardarmi indietro, ciò che mi affascinava di più era capire cosa c’era dietro agli strumenti che abitavano la mia casa e come le persone interagivano tra loro online. Ieri come oggi”.

Nel 2018 hai pubblicato il primo saggio italiano sull’approccio netnografico “People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale” (Cesati). Perché è così importante studiare il comportamento degli utenti in rete?

“Perché siamo esseri umani anche dietro ai nostri schermi, con le nostre paure e i nostri bisogni. Ed è riduttivo segmentare gli utenti in Rete secondo le logiche del marketing e delle personas. Siamo molto altro, e possiamo scoprirlo solo attraverso l’osservazione umana che va ben oltre le analisi di mercato. 

Come riporto nel primo capitolo del libro, il gesto del trasformare in storie i dati raccolti dall’osservazione è antichissimo. Erodoto, per esempio, già nel quinto secolo avanti Cristo, ha scritto dei “popoli barbari” a Est e a Nord della penisola greca. Ha fatto quello che oggi fa un netnografo: si è impegnato in uno studio culturale comparativo nel confrontare i costumi e le credenze di queste “community” con quelli di Atene. Perché Erodoto prima e noi dopo osserviamo gli altri? Per contestualizzare il presente, capire il passato, e soprattutto tracciare la proiezione del futuro. Osservare aiuta a prevedere ciò che potrebbe accadere, quali trend potrebbero prendere piede e diventare nuovi riti”.

Come è cambiato il nostro comportamento in Rete dopo il Covid?

“Ad Aprile, ero convinta che qualcosa stesse cambiando nel nostro uso dei social media: sembrava stessimo diventando tutti più consapevoli dell’esposizione in Rete. Mi sono dovuta ricredere a posteriori, lo ammetto. A livello individuale, a conti fatti, l’emergenza sanitaria non ci ha reso persone migliori; semplicemente, ci ha resi più “noi stessi”, più autentici agli occhi degli altri. Il lockdown ha imposto una narrativa più reale, ma non perché abbiamo capito chissà quale valore spirituale della vita. Semplicemente, ciò che poteva rappresentarci era limitato: per mesi al posto degli aperitivi in piazza o a bordo piscina, abbiamo pubblicato il pane fatto in casa perché era la massima rappresentazione “patinata” che potevamo fare di noi. Con le riaperture, siamo tornati a fare quello che facevamo prima: essere indignati su Facebook e mostrare le spiagge paradisiache su Instagram. Un ulteriore segno che l’essere umano si adatta a ogni circostanza, ma tende a non voler cambiare schemi di comportamento”.

È possibile rintracciare nel linguaggio dei social network tracce di futuro?

“Certamente, ma occorre non fare l’errore che ho commesso io durante il lockdown:avere fretta di giungere a conclusioni e dare giudizi affrettati. Intercettare tracce di futuro significa avere pazienza, immaginare scenari, collezionare segnali, mappare delle ricorrenze di comportamenti, usi e costumi sul medio e lungo termine. Su questo uno strumento estremamente interessante da usare come punto di partenza è Google Trends, che ci permette di monitorare gli andamenti delle tracce che stiamo seguendo”.

Parliamo ora di un tema particolarmente caro a GirlsTech, il gender gap in ambito STEM. Secondo Alice a che punto siamo oggi? 

“Uno dei miei principali campi di interesse con Be Unsocial riguarda la Generazione Alpha, i bimbi nati dopo il 2010 per intenderci. Ancora più delle generazioni precedenti, gli Alpha tendono a imparare e giocare allo stesso tempo. I contenuti “a domicilio” su YouTube stanno diventando sempre più popolari, soprattutto quelli che stimolano le competenze STEM. Interessanti, peresempio, i casi esteri di Coding
Critters
, RosieReality e Funexpected. Oppure Amazon STEM Club, che incoraggia l’esplorazione e la creatività tra bambini di tre e quattro anni con giocattoli scelti da esperti.In Italia seguo con interesse il progetto Stem*Lab Scoprire Trasmettere Emozionare Motivare, selezionato da Con I Bambini Impresa Sociale nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coordinato dal Consorzio Kairos di Torino. Insomma, da osservatrice esterna, le cose si stanno muovendo lentissime, ma nella giusta direzione”.

Ultima domanda: Alice cosa farà nel futuro?

“Sarò breve: porterò avanti Be Unsocial, cercando di far crescere in Italia la conoscenza di questa affascinante materia che è l’antropologia digitale e la consapevolezza del valore degli small data che si possono raccogliere. Soprattutto per i brand”. 

 

Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro storie e visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.