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Tag: Gender gap

Girls Tech al Museo Ferrari

Per la prima volta Girls Tech approda nel mondo dei motori e dell’automotive al Museo Ferrari di Maranello! 

Grazie alla preziosa collaborazione con la Fondazione Casa Natale Enzo Ferrari, nasce un evento gratuito per bambine e ragazze dedicato al mondo dell’innovazione e della tecnologia.

L’evento vuole dare spazio alle giovani ragazze appassionate del mondo STEM con l’obiettivo di favorire la totale inclusività nel mondo della tecnologia e della scienza.

La tecnologia non ha genere 

Purtroppo il divario di genere in Italia è ancora molto sentito, ed è per questo che bisogna promuovere iniziative per spronare bambine e ragazze ad avvicinarsi al mondo STEM senza la paura di non sentirsi adatte e spingerle a proseguire i propri sogni per realizzare a pieno il proprio potenziale.

La mission di Girls Tech è promuovere la sensibilizzazione rispetto la disparità di genere nel mondo dell’innovazione e della tecnologia, valorizzando le differenze e divulgando il valore dell’inclusività, con l’obiettivo principale che va al raggiungimento della Gender Equality.

La storia di GirlsTech può essere una bella occasione per permettere alle nuove generazioni di non fermarsi davanti ai pregiudizi che ostacolano il percorso soprattutto in questi ambiti, e per motivare le ragazze a lottare per ciò che sentono di voler essere, senza la paura e senza limiti.

I laboratori STEM gratuiti

Durante l’evento saranno organizzate attività laboratoriali gratuite sul gaming e sulla robotica educativa per permettere alle partecipanti di sperimentare in maniera creativa e divertente le nuove tecnologie.

Il programma prevede due laboratori STEM:

* laboratorio di Robotica Educativa: Con gli Ozobot e Mbot si farà una sfida a tutta velocità su un circuito di Formula1 per avvicinarsi alla robotica e alla sua programmazione;

* laboratorio di Coding con Scratch: Un momento dedicato ai principi base del coding attraverso un gioco di velocità ispirato alla Formula 1 e programmato su Scratch.

Per partecipare all’evento non sono necessarie competenze informatiche di base.

La partecipazione è in presenza e totalmente gratuita.

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Come sarà l’umanità del futuro? Ce lo svela l’antropologia digitale. Intervista ad Alice Avallone

Che cosa studia l’antropologia digitale? Che rapporto c’è tra la tecnologia e la cultura? Come è cambiato il nostro comportamento in Rete dopo il Covid? Di questo e molto altro ancora Alice Avallone (direttrice dell’Osservatorio di Antropologia digitale Be Unsocial) ci parlerà all’interno di questa intervista.

Alice, tra le tante attività che svolgi in ambito digitale, dirigi un interessante progetto editoriale, l’Osservatorio di Antropologia digitale Be Unsocial. Di cosa si tratta esattamente? Come nasce l’idea di dar vita a questa iniziativa di antropologia digitale?

Be Unsocial ha radici lontane. Sono inciampata sull’etnografia digitale per caso parecchi anni fa ed è stato amore a prima vista. Non poteva essere altrimenti: ho un background ibrido, a cavallo tra lettere moderne prima e pubblicità, e da tempo cercavo di portare un approccio più umanistico nel mio lavoro di digital strategist. L’etnografia digitale mi ha fatto capire che era possibile affiancare al marketing uno sguardo più autentico e vicino alle persone. Da queste premesse, il mio interesse per l’antropologia digitale è esploso negli ultimi due anni e la nascita di Be Unsocial ha coronato il sogno di portare questa cultura anche nel nostro Paese e nei processi aziendali.

Avvicinarsi all’antropologia digitale è come intraprendere un viaggio che si rivela essere molto più lungo di quanto avevi inizialmente programmato. Lo scopo del mio osservatorio è quello di fornire mappe utili per capire come noi esseri umani ci muoviamo in Rete. Si impara tanto degli altri, che possiamo osservare come vere e proprio tribù, ma anche di noi stessi. Questo accade perché tale disciplina cerca di trovare un equilibrio tra l’universale e il particolare, tra somiglianze e differenze. Cerca di comprendere le connessioni all’interno della società e il digitale, e di spiegare le interrelazioni con i dispositivi tecnologici che ci circondano”. 

Che cosa vuol dire essere una ricercatrice di cultural insight e small data per le aziende tecnologiche? 

“Significa comprendere innanzitutto le identità culturali delle persone, dove per “cultura” non intendiamo “quanti libri hanno letto o quali musei hanno visitato” ma quell’insieme di pattern che sono adottati nella quotidianità: i gesti, le abitudini, le credenze, le emozioni che si provano. Sono tutti insight importanti, ovvero conoscenze che possiamo raccogliere sul pubblico. A volte si usa il termine “thick data”, proprio per sottolineare che si tratta di informazioni “di un certo peso”; altre semplicemente si usa small data, perché in fondo sono piccoli dati visibili solo a un occhio umano.

Tornando al termine “cultura”, è interessante notare come questo termine abbia origine dalla parola latina colere, che si traduce “coltivare”. In effetti, l’antropologia cerca di far avanzare la conoscenza sugli aspetti dell’umanità che non sono naturali (innati) ma piuttosto coltivati, acquisiti. Come i comportamenti, le relazioni e il linguaggio. E sono proprio questi tre aspetti a essere indagati dall’etnografia digitale soprattutto quando applicata al mondo corporate. È immenso il patrimonio di conoscenze che un brand può acquisire semplicemente grazie all’osservazione dei propri consumatori: come si comportano con il loro prodotto, quali sono le leve di engagement dentro la community di riferimento, che linguaggio utilizzano. Small data, appunto, che affiancano i risultati dell’analisi quantitativa (e che spesso ne restituiscono un significato)”.

Che rapporto c’è secondo te tra la tecnologia e la cultura?

“La relazione tra le due è strettissima, un tutt’uno. Basta stare a una delle definizioni più classiche di cultura fatta risalire all’antropologo vittoriano Sir Edward B. Tylor, che nel 1871 definì la cultura come “quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, le arti, la morale, la legge, i costumi e ogni altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo”. Una definizione questa che ci suggerisce che la cultura si riferisce alle capacità mentali (pensieri) e al comportamento (azioni); implica che sia appresa e condivisa, integrata e dialettica. Non è forse questa la natura stessa della Rete? 

La cultura è l’insieme di capacità, nozioni e forme di comportamento che gli individui hanno acquisito come membri di una società. E la tecnologia, in tutte le sue forme, ne è la massima espressione. In antropologia, per “artefatti culturali” ci si riferisce a tutto ciò che è stato creato da un essere umano che può fornirci informazioni sulla cultura del suo creatore e degli utenti. Eccoci dunque a studiare gli strumenti – smartphone, tablet, assistenti vocali – ma anche l’uso che si fa di questi strumenti – selfie su Instagram, video su TikTok, recensioni su Amazon”. 

Che rapporto hai tu con le nuove tecnologie?

“Sono curiosa, e mi approccio agli strumenti da consumatrice, prima ancora che da ricercatrice. Mio padre è stato un early adopter di ogni genere di tecnologia e così ho avuto la fortuna di crescere tra i primi computer e cellulari, nonché di potermi muovere in Rete quando ancora era poco diffusa in Italia. Ero piccola, e mai avrei immaginato che un domani sarebbe diventato il mio lavoro. 

Con l’adolescenza, ho vissuto poi un lungo periodo nerd: smontavo i case, montavo schede grafiche, passavo intere giornate prima sulle messaggerie e poi su IRC. A guardarmi indietro, ciò che mi affascinava di più era capire cosa c’era dietro agli strumenti che abitavano la mia casa e come le persone interagivano tra loro online. Ieri come oggi”.

Nel 2018 hai pubblicato il primo saggio italiano sull’approccio netnografico “People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale” (Cesati). Perché è così importante studiare il comportamento degli utenti in rete?

“Perché siamo esseri umani anche dietro ai nostri schermi, con le nostre paure e i nostri bisogni. Ed è riduttivo segmentare gli utenti in Rete secondo le logiche del marketing e delle personas. Siamo molto altro, e possiamo scoprirlo solo attraverso l’osservazione umana che va ben oltre le analisi di mercato. 

Come riporto nel primo capitolo del libro, il gesto del trasformare in storie i dati raccolti dall’osservazione è antichissimo. Erodoto, per esempio, già nel quinto secolo avanti Cristo, ha scritto dei “popoli barbari” a Est e a Nord della penisola greca. Ha fatto quello che oggi fa un netnografo: si è impegnato in uno studio culturale comparativo nel confrontare i costumi e le credenze di queste “community” con quelli di Atene. Perché Erodoto prima e noi dopo osserviamo gli altri? Per contestualizzare il presente, capire il passato, e soprattutto tracciare la proiezione del futuro. Osservare aiuta a prevedere ciò che potrebbe accadere, quali trend potrebbero prendere piede e diventare nuovi riti”.

Come è cambiato il nostro comportamento in Rete dopo il Covid?

“Ad Aprile, ero convinta che qualcosa stesse cambiando nel nostro uso dei social media: sembrava stessimo diventando tutti più consapevoli dell’esposizione in Rete. Mi sono dovuta ricredere a posteriori, lo ammetto. A livello individuale, a conti fatti, l’emergenza sanitaria non ci ha reso persone migliori; semplicemente, ci ha resi più “noi stessi”, più autentici agli occhi degli altri. Il lockdown ha imposto una narrativa più reale, ma non perché abbiamo capito chissà quale valore spirituale della vita. Semplicemente, ciò che poteva rappresentarci era limitato: per mesi al posto degli aperitivi in piazza o a bordo piscina, abbiamo pubblicato il pane fatto in casa perché era la massima rappresentazione “patinata” che potevamo fare di noi. Con le riaperture, siamo tornati a fare quello che facevamo prima: essere indignati su Facebook e mostrare le spiagge paradisiache su Instagram. Un ulteriore segno che l’essere umano si adatta a ogni circostanza, ma tende a non voler cambiare schemi di comportamento”.

È possibile rintracciare nel linguaggio dei social network tracce di futuro?

“Certamente, ma occorre non fare l’errore che ho commesso io durante il lockdown:avere fretta di giungere a conclusioni e dare giudizi affrettati. Intercettare tracce di futuro significa avere pazienza, immaginare scenari, collezionare segnali, mappare delle ricorrenze di comportamenti, usi e costumi sul medio e lungo termine. Su questo uno strumento estremamente interessante da usare come punto di partenza è Google Trends, che ci permette di monitorare gli andamenti delle tracce che stiamo seguendo”.

Parliamo ora di un tema particolarmente caro a GirlsTech, il gender gap in ambito STEM. Secondo Alice a che punto siamo oggi? 

“Uno dei miei principali campi di interesse con Be Unsocial riguarda la Generazione Alpha, i bimbi nati dopo il 2010 per intenderci. Ancora più delle generazioni precedenti, gli Alpha tendono a imparare e giocare allo stesso tempo. I contenuti “a domicilio” su YouTube stanno diventando sempre più popolari, soprattutto quelli che stimolano le competenze STEM. Interessanti, peresempio, i casi esteri di Coding
Critters
, RosieReality e Funexpected. Oppure Amazon STEM Club, che incoraggia l’esplorazione e la creatività tra bambini di tre e quattro anni con giocattoli scelti da esperti.In Italia seguo con interesse il progetto Stem*Lab Scoprire Trasmettere Emozionare Motivare, selezionato da Con I Bambini Impresa Sociale nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coordinato dal Consorzio Kairos di Torino. Insomma, da osservatrice esterna, le cose si stanno muovendo lentissime, ma nella giusta direzione”.

Ultima domanda: Alice cosa farà nel futuro?

“Sarò breve: porterò avanti Be Unsocial, cercando di far crescere in Italia la conoscenza di questa affascinante materia che è l’antropologia digitale e la consapevolezza del valore degli small data che si possono raccogliere. Soprattutto per i brand”. 

Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni e i loro sogni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.

Girs Tech 2020 in 90 secondi [video]

Sono trascorsi 10 giorni dalla seconda straordinaria edizione di GirlsTech. 

In questo video abbiamo inserito alcuni dei momenti dell’evento che vogliamo condividere con voi. 

Ringraziamo nuovamente tutto il team Synesthesia; i coach di FuturMakers; le nostre 6 speaker (Paola Scarpa – Google, Ella Marciello – Ribelli, Livia Iacolare – Facebook, Erika Perez – Exar Social Value Solutions, Elena Ramondetti – Banco Azzoaglio,  Marta Regge – “Webmater”) e i nostri sponsor/partner che hanno sostenuto la nostra battaglia contro il gender gap in STEM: REKORDATA, EXAR – Social Value Solutions, il Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Torino, 50intech, Wlamp, ITS – Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, KeepLive, Growitapp, GammaDonna, JEToP, ULIXEgroup e THELAB.

Girls Tech non finisce qui.
Continuate a seguirci, avremo interessanti novità da condividere con voi.

Buona visione a tutti.

[Guarda su Youtube]

Grazie a tutte, grazie a tutti!

Grande partecipazione ed entusiasmo per Girls Tech 2020. Il mondo dell’innovazione tecnologica contro la disparità di genere quest’anno ha deciso di rinnovare il suo impegno e di creare un evento ancora più ricco e denso di contenuti e esperienze. Nella seconda edizione che si è tenuta presso il Talent Garden di Torino (Fondazione Agnelli, 11 febbraio 2020) abbiamo ascoltato sei testimonianze di donne straordinarie volte a ispirare le future generazioni per un futuro senza differenza di genere.

Paola Scarpa (Google), Ella Marciello (Ribelli), Livia Iacolare (Facebook), Erika Perez (Exar Social Value Solutions), Elena Ramondetti (Banco Azzoaglio) e Marta Regge (“Webmater”) hanno affrontato con maestria il tema del pregiudizio e della disparità tra donna e uomo, soprattutto in ambito STEM. Grazie dal team di Synesthesia, agli speaker, agli sponsor, a Torino Digital Days…. E a tutte le donne e uomini che hanno partecipato alla seconda edizione. Il percorso è ancora lungo e ne siamo consapevoli, ma Girls Tech serve proprio a questo: accorciare i tempi, diminuire le distanze e diffondere buone pratiche.

Grazie a tutti. A presto con le novità di Girls Tech

Guarda il video:

Katie De Paoli: Il gender gap si combatte con azioni concrete

KATIE_DeltatreCredo fortemente nell’importanza di creare un ambiente davvero inclusivo e accogliente

Combattere il gender gap è un impegno vero, qualcosa in cui credere profondamente con azioni concrete

Tutto questo deve diventare un obiettivo per ogni azienda e non qualcosa che si deve fare perché lo fanno tutti o perchè tutti ne parlano.

Per poter accogliere e coltivare talenti, per crescere e migliorare la performance aziendale è fondamentale creare e favorire la creazione un ambiente di lavoro in cui ogni singolo individuo si senta davvero libero e sicuro di poter essere completamente se stesso. Ognuno ha il diritto di essere valorizzato e incoraggiato per ciò che è.

Assumere donne che ricoprano ruoli di leadership non basta a colmare il gender gap. Bisogna pensare all’azienda nella sua interezza, fare in modo che davvero tutti abbiano le stesse opportunità di crescita e di inserimento nell’azienda in base al puro talento e contributo che portano e niente altro. Bisogna investire in comunicazione effettiva, in programmi di mentoring che supportino i dipendenti ad accettare e promuovere la diversità, perché ascoltare tutte le voci al tavolo permette a tutti di crescere e migliorare e di essere davvero innovativi e creativi. 

Fin dalla nascita siamo gettati all’interno di contesti culturali dove regnano pregiudizi che sembrano essere più forti di qualunque cosa.
Riconoscere questi pregiudizi e fare in modo che queste idee che ereditiamo non guidino le nostre future scelte è oggi il nostro obiettivo più grande.

(Katie De Paoli, Head of Inclusion and Diversity at Deltatre)

Girls Tech 2020… Stiamo arrivando!

Girls Tech 2020… Stiamo arrivando!

L’11 febbraio è la giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella tecnologia e nella scienza.

In tutto il mondo sono stati organizzati eventi per rafforzare l’idea di inclusività e pari opportunità nel mondo del lavoro tecnologico. Per l’occasione, quest’anno Synesthesia ha organizzato la seconda edizione di Girls Tech. 

L’11 febbraio 2020 il Torino Digital Days si aprirà con la seconda edizione di Girls Tech, l’iniziativa dedicata alla “tecnologia al femminile”. Promosso da Synesthesia – The Digital Experience Company anche quest’anno l’evento si propone di combattere le differenze di genere per favorire l’inclusività nel mondo della tecnologia.In molti Paesi del mondo, il gender gap tecnologico è ancora oggi fortemente presente. Girls Tech è un progetto che si ispira ai valori della Corporate Social Responsibility; è una battaglia che appartiene a tutti noi, un’azione concreta di cambiamento per proporre una visione globale e inclusiva che garantisca pari opportunità didattiche, formative e lavorative tra uomini e donne.