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Girls Tech al Museo Ferrari

Per la prima volta Girls Tech approda nel mondo dei motori e dell’automotive al Museo Ferrari di Maranello! 

Grazie alla preziosa collaborazione con la Fondazione Casa Natale Enzo Ferrari, nasce un evento gratuito per bambine e ragazze dedicato al mondo dell’innovazione e della tecnologia.

L’evento vuole dare spazio alle giovani ragazze appassionate del mondo STEM con l’obiettivo di favorire la totale inclusività nel mondo della tecnologia e della scienza.

La tecnologia non ha genere 

Purtroppo il divario di genere in Italia è ancora molto sentito, ed è per questo che bisogna promuovere iniziative per spronare bambine e ragazze ad avvicinarsi al mondo STEM senza la paura di non sentirsi adatte e spingerle a proseguire i propri sogni per realizzare a pieno il proprio potenziale.

La mission di Girls Tech è promuovere la sensibilizzazione rispetto la disparità di genere nel mondo dell’innovazione e della tecnologia, valorizzando le differenze e divulgando il valore dell’inclusività, con l’obiettivo principale che va al raggiungimento della Gender Equality.

La storia di GirlsTech può essere una bella occasione per permettere alle nuove generazioni di non fermarsi davanti ai pregiudizi che ostacolano il percorso soprattutto in questi ambiti, e per motivare le ragazze a lottare per ciò che sentono di voler essere, senza la paura e senza limiti.

I laboratori STEM gratuiti

Durante l’evento saranno organizzate attività laboratoriali gratuite sul gaming e sulla robotica educativa per permettere alle partecipanti di sperimentare in maniera creativa e divertente le nuove tecnologie.

Il programma prevede due laboratori STEM:

* laboratorio di Robotica Educativa: Con gli Ozobot e Mbot si farà una sfida a tutta velocità su un circuito di Formula1 per avvicinarsi alla robotica e alla sua programmazione;

* laboratorio di Coding con Scratch: Un momento dedicato ai principi base del coding attraverso un gioco di velocità ispirato alla Formula 1 e programmato su Scratch.

Per partecipare all’evento non sono necessarie competenze informatiche di base.

La partecipazione è in presenza e totalmente gratuita.

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Verso un mondo STEM senza barriere: intervista ad Anna Vaccarelli, la “migliore informatica d’Italia”

“Ricordo che il professore di Analisi del nostro corso ci invitò subito a cambiare facoltà”. Anna Vaccarelli, “pioniere della cyber security”, ha ricevuto recentemente dallo CNEL il premio come “migliore informatica d’Italia”. La sua storia, fatta di determinazione e sogni realizzati, ha tanto da insegnarci. Scopriamola insieme!

Anna Vaccarelli originaria di Taranto, si è laureata all’Università di Pisa in Ingegneria Elettronica. Oggi è dirigente tecnologo dell’Istituto di informatica e telematica del CNR (Cnr-Iit) di Pisa e responsabile delle relazioni esterne di Registro .it. È stata premiata dall’Italian computer society presso il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) come miglior informatica d’Italia.


Intervista a cura di Francesco Ronchi (Presidente e Fondatore di Synesthesia)

Anna, alla fine degli anni ‘80, lei si è laureata in Ingegneria Elettronica all’Università di Pisa, un fatto non ordinario per una donna in quegli anni. Da cosa nasce questa scelta di studi prima e professionale poi? 

“Sono sempre stata portata per le materie tecniche e scientifiche.  Ho fatto il liceo scientifico, mi piacevano la matematica, la fisica ma anche il disegno. Per un periodo, infatti, ho avuto anche un’idea di dedicarmi all’architettura. Poi sono nate le facoltà di ingegneria elettronica. A Bari non c’era ancora questa facoltà e quindi mi sono dovuta trasferire. Seguendo la mia passione per tutte queste materie, pensai che la facoltà di ingegneria elettronica potesse essere un buon compromesso, dal momento che mi piaceva la matematica, ma mi interessava molto anche la parte più applicativa di questa disciplina. Quando mi sono iscritta, ricordo che i primi giorni di lezione eravamo 300 matricole suddivise in due corsi. C’erano quattro ragazze per ogni corso. Abbiamo resistito al destino avverso. Ricordo in particolare il professore di analisi del nostro corso che ci invitò subito a cambiare facoltà, suggerendoci di iscriverci a quella per assistenti sociali, che faceva lezione nelle aule a fianco. Ci disse: “Il cervello delle donne è diverso da quello degli uomini e quindi non ce la potete fare”.

Nonostante questo ci siamo laureate in 7 su 8, in tempi mediamente più brevi rispetto a quelli dei colleghi maschi e abbiamo fatto la nostra strada in questa professione. A completamento di questo aneddoto del primo giorno di lezione, ricordo che dopo che mi sono laureata ho lavorato per alcuni anni all’università e ho di nuovo incontrato questo professore. Lui mi riconobbe e mi disse: “ buongiorno signorina, cosa ci fa qui?” E io gli risposi: – contrariamente alle sue aspettative io ci lavoro qui. Grazie e arrivederci – Mi sono tolta il sassolino dalla scarpa. Alla fine questo giudizio negativo non ha impedito nè a me nè ad altre mie colleghe di proseguire nella nostra carriera. I numeri delle iscrizioni femminili a ingegneria elettronica per fortuna sono aumentati nel tempo. Ancora oggi continuano a esserci indirizzi meno frequentati dalle donne come ingegneria meccanica o aeronautica. Noi eravamo 4 studentesse, a civile erano 12, a meccanica in 2 e ad aeronautica 1. Sono percentuali che rendono bene l’idea. La situazione è andata poi negli anni migliorando. Secondo alcuni docenti, soprattutto nella facoltà di informatica, c’è stato un momento di aumento delle presenze femminili intorno agli anni ‘80-’90. Oggi pare ci sia di nuovo un calo. È un tema, dunque, su cui bisognerebbe interrogarsi e riflettere”.

Per quale motivo, secondo lei, alcuni settori professionali, come per esempio quello della tecnologia e del digitale, sono ancora “occupati” principalmente da uomini? Quali sono le difficoltà che riscontrano le donne oggi per entrare in questo mondo?

Ci sono molti fattori. Uno degli strumenti principali che viene citato sempre è la formazione per le ragazze: bisogna convincerle che sono brave e possono fare tutto come i maschi, che non si devono far intimorire, che devono comunque essere convinte di poter riuscire in un settore a cui sono interessate.

Tuttavia, bisognerebbe lavorare sui ragazzi. Occorre cambiare la loro mentalità. Se i ragazzi si abituassero fin da bambini a considerare le proprie compagne di scuola alla pari sotto tutti i punti di vista e sospendessero una serie di atteggiamenti “maschilisti” ereditati dalla famiglia o dalla società, questo consentirebbe di fare davvero un grande balzo in avanti. Non dovremmo solo lavorare sulle ragazze per convincerle che sono brave, ma dovremmo invece partire dal presupposto che questo è un dato certo. L’investimento sui ragazzi, invece, ci consentirebbe di avere un domani uomini che non hanno più comportamenti “maschilisti”, frutto di abitudini, retaggi e pregiudizi, negli ambienti di lavoro. 

Io sono stata per anni contraria alle quote rosa. Mi rendo conto però che in certe circostanze è l’unico modo per imporre la presenza femminile in alcuni contesti in modo che ci sia l’apporto di un punto di vista diverso. Purtroppo le quote rosa servono per lavorare in questi ambienti e fare in modo che possano essere le donne ad avere poteri decisionali. Comincerebbe a esserci un approccio diverso. 

Rispetto al fatto che le donne possono essere più o meno valorizzate, devo dire che anche questo è un concetto “da prendere con le pinze” perché non tutti gli ambienti sono uguali. Faccio parte da alcuni anni della community Women for Security, un gruppo di professioniste della cybersecurity con vari ruoli, da quelli tecnici a quelli di marketing, alla comunicazione, ecc. Abbiamo fatto una survey per cercare di capire qual è la situazione delle donne nei vari ambienti di lavoro relativamente alla cybersecurity. Da questa ricerca, a cui hanno risposto circa 200 donne, non è emerso in modo evidente che le lavoratrici siano discriminate o poco valorizzate nell’ambiente di lavoro. Ci aspettavamo, in effetti, numeri più alti. Quelle che lamentano di essere trascurate sono una minoranza. Probabilmente, quindi, non tutti gli ambienti sono uguali. 

Nel CNR non c’è una discriminazione tra uomini e donne perchè sono concorsi pubblici con accesso per titoli. A livello di entrata dei ricercatori la quantità di uomini e donne è simile. Il numero delle donne è un po’ superiore negli indirizzi umanistici e quello degli uomini negli indirizzi più tecnici, ma parliamo comunque di cifre intorno al 50%. 

La situazione cambia molto se si sale di livello. Via via che si arriva ai ruoli apicali, ai C-level, la quantità di donne diminuisce e tende a sparire. Nel CNR abbiamo circa un centinaio di istituti, credo che ci siano circa 3 o 4 direttrici, tutti gli altri sono uomini. La portabandiera di questa “sfida” è il nostro presidente Maria Chiara Carrozza, prima presidente donna del CNR che sta dimostrando di voler cambiare proprio alcune situazioni con riferimento a questo tema”.

Anna, dal 2010 lei coordina e promuove attività di diffusione della cultura di internet nelle scuole. A livello scolastico e formativo come si pone l’Italia nei confronti del gender gap in ambito STEM? Come si colloca l’attività di sensibilizzazione rispetto a questo tema?

“Ci sono delle iniziative che sono più che altro fuori dall’ambiente scolastico. Per esempio iniziative di diverse università ed enti formativi. Quello che manca, però, a queste attività è il fatto che restino fuori dal sistema scolastico nazionale. Noi, da 10 anni, organizziamo diversi laboratori nelle scuole con strumenti diversi e contenuti diversi, dalle primarie alle secondarie di secondo grado. Utilizziamo strumenti ludico-didattici per le primarie mentre alle superiori forniamo veri e propri mini corsi di cybersecurity. Abbiamo scelto di fare questa esperienza attraverso le scuole, inserendoci così nei percorsi didattici previsti. 

Nelle scuole entriamo con le ore di cittadinanza digitale. Oggi tutti gli insegnanti si trovano di fronte alla necessità di fornire agli studenti 33 ore di educazione civica, di cui 4 di educazione digitale. Noi proponiamo un percorso per coprire queste 4 ore e così otteniamo lo scopo di riuscire a parlare di questi temi con i ragazzi. Questo vale per tutti i livelli di educazione. 

Nelle scuole superiori c’è anche lo strumento del PCTO che ci consente di entrare nella programmazione didattica. Nelle scuole è più facile intercettare i ragazzi. L’altro problema per svolgere questa attività nelle scuole, oltre a potenziare queste ore di cittadinanza digitale, è che spesso i docenti non sono in grado di seguire questi temi. Non hanno una preparazione adeguata e approfondita e alla prima domanda che fanno gli studenti (che 90 su 100 ne sanno più di loro) non sanno come rispondere e si sentono messi in discussione nel loro ruolo di insegnanti ed educatori. 

Questo comporta due cose:

La prima è che per ovviare a questo inconveniente noi abbiamo messo a disposizione dei docenti, attraverso il portale “presente digitale”, dei corsi di formazione: sono corsi online gratuiti che danno diritto ai crediti MIUR e che trattano temi come coding, cyber security, ecc. La seconda riguarda gli adulti in generale che dovrebbero avere un atteggiamento diverso nei confronti dei ragazzi quando si parla di questi temi. Occorre partire dal fatto che per tante cose loro ne sanno di più. Quindi non ci dovremmo vergognarci di dire: – mi spieghi come si fa questo? – . Qual è il nostro vantaggio? L’esperienza che possiamo dare. Perché i ragazzi sono smart però a loro manca l’esperienza per capire le situazioni in cui si trovano e per affrontare le difficoltà che si possono presentare nella navigazione in rete. Se l’adulto, quindi, viene guidato dal ragazzo nella navigazione, si può accorgere prima del ragazzo se c’è un problema o un contenuto non consono. Può mettere a disposizione la sua esperienza e il suo ruolo di educatore senza che questo venga messo in discussione. Si tratta di un insegnamento reciproco senza che nessuno venga sminuito nel proprio ruolo”. 

E i ragazzi come accolgono queste attività? Sono interessati?

“Noi vediamo che effettivamente i livelli di competenza tra i ragazzi sono molto migliorati. Le ragazze in particolare migliorano maggiormente ma occorre anche specificare che c’è una loro percezione di non essere così brave con la tecnologia come i loro coetanei maschi. Partono quindi all’inizio dandoti delle risposte in cui loro si sentono meno capaci. I maschi generalmente  si sentono più sicuri. Perciò alla fine del percorso le ragazze acquistano, in proporzione, più consapevolezza dei maschi. Il loro miglioramento è maggiore rispetto a quello dei maschi. Non solo perché hanno imparato di più, ma anche perché si sentono più sicure nel dare alcune risposte rispetto a quanto non lo fossero prima di cominciare. Il bilancio è dunque positivo sia dal punto di vista della soddisfazione e dell’interesse per i ragazzi, sia da un punto di vista oggettivo come notiamo dalla somministrazione dei questionari”.

Anna, lei ha ricevuto recentemente dallo CNEL il premio come migliore informatica d’Italia. Che cosa rappresenta per lei questo riconoscimento?

“Non me lo aspettavo, non avevo mai pensato di ottenere un simile riconoscimento. Ho cercato di capire le motivazioni che stavano alla base del premio e l’ho preso come un premio alla carriera. L’insieme dei contributi che posso aver dato evidentemente ha spinto la giuria a darmi questo riconoscimento. Questo evento ha avuto molti risvolti positivi, non solo dal punto di vista della soddisfazione personale, ma mi ha consentito anche di svolgere il ruolo di “mentore” nei confronti di altre donne e ragazze con le mie stesse inclinazioni professionali.

Mi sembra un aspetto molto positivo per portare avanti questi argomenti di cui abbiamo parlato finora”.

Per concludere cosa consiglierebbe oggi a una ragazza che decide di iniziare un percorso di studi in ambito STEM?

“Consiglierei di andare sempre avanti e non farsi scoraggiare. Prima di tutto occorre decidere di intraprendere questo percorso senza pregiudizi, senza preoccuparsi di quello che gli altri le possono dire. Le direi di seguire sempre la propria strada se è ciò che le piace fare.

Vorrei poi sottolineare che seguire un percorso di studi di tipo tecnico-scientifico offre molte più possibilità di lavoro rispetto ad altri percorsi. Potrebbe essere anche questo “un peso da mettere sulla bilancia in un momento di scelta tra una facoltà più umanistica o più tecnica. Una formazione più tecnica garantisce maggiori possibilità di lavoro, di carriera nel settore dell’ICT e della cyber security dove la domanda è infinitamente più alta dell’offerta: al mondo si parla di 3 milioni di posizioni da coprire e solo in Italia sono oltre 100.000. È un problema molto sentito nel mondo dell’informatica. 

Rinnoviamo, quindi, l’invito a tutte le ragazze e ragazzi appassionati di questo mondo a seguire questo tipo di carriera”.


Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.

 

La tecnologia non ha genere

Nonostante i numerosi progressi compiuti negli ultimi anni, la tecnologia e in particolare il settore dell’ICT restano ancora in prevalenza maschili, con una presenza femminile marginale. Per fare un esempio di grande attualità pensiamo alla blockchain. Secondo una recente ricerca del World Economic Forum, infatti, la “quota rosa” a livello mondiale nella blockchain si attesta tra l’1% e il 5%. Ma la storia insegna che non è sempre stato così. 

La storia fino al 1984

La tecnologia ha semplificato la vita di tutti. Ogni giorno utilizziamo centinaia di dispositivi tecnologici in modo quasi automatico, senza forse conoscere a fondo la storia, lo studio e gli artefici che hanno contribuito a ogni singola scoperta. 

Se oggi pensiamo al mondo STEM e, in particolare, al settore dell’ICT non possiamo non ricordare immediatamente nomi come Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Bill Gates, Tim Cook.
E notiamo subito che stiamo parlando di soli uomini. Le donne sembrano molto meno presenti nella storia più recente della tecnologia. Ma è sempre stato così?

La risposta è chiaramente no e abbiamo avuto modo di scoprirlo conoscendo alcune protagoniste di questa storia: dall’inventrice del Wi-Fi Hedy Lamarr a Mary Allen Wilkes con il suo contributo essenziale nella realizzazione del primo personal computer, a moltissime altre scienziate che con i loro studi hanno permesso al mondo di progredire e arrivare al punto in cui ci troviamo oggi. 

Ma allora cosa ha determinato il cambio di rotta che ha escluso o comunque reso molto più difficile per le donne avere un ruolo da protagoniste nella storia della tecnologia? 

Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che la causa sia da ricercare nel 1984. In quell’anno, infatti, il numero di donne impiegate nel settore ICT ha raggiunto il suo picco: il 37% delle lauree in “computer science” è stata conferita a donne. Per comprendere la rilevanza di questo dato basta pensare che nel 2011 questa percentuale è calata all’11%. 

Il 1984 è stato anche l’anno in cui la prima generazione di giovani che poteva avere un PC a casa inizia a frequentare il college. Qui è racchiusa la spiegazione della “maschilizzazione” del settore ICT. 

Ma in cosa consiste davvero questo fenomeno e da cosa è stato determinato? 

Il ruolo del marketing 

Le aziende che realizzavano giocattoli per bambini hanno pensato che i computer e in generale i dispositivi tecnologici interessassero di più il mondo maschile che non quello delle giovani donne. 

C’è una curiosità interessante in questo senso che vede come protagonista la  Nintendo, celebre azienda giapponese leader nel settore del gaming. Avete mai notato che la prima console portatile di gioco che ha intrattenuto decine di generazioni presentata nel 1988 si chiamava Game Boy? La traduzione letteralmente vuol dire proprio “gioco da bambino” con l’utilizzo della parola “boy” appunto e non “girl” o un generico “children”. 

Il marketing ha così iniziato a influenzare la mentalità degli utenti di tutto il mondo: le pubblicità di dispositivi tecnologici su cui sperimentare, giocare e programmare erano una “cosa da maschi” e tagliavano fuori il mondo femminile. Ecco come la tecnologia è diventata nel tempo sempre più maschile. 

Per un ritorno alle origini 

La storia è sempre una “maestra” e anche questa vicenda non fa eccezione. È necessario invertire decisamente la rotta e tornare a consentire anche alle donne, fin da piccole, di poter giocare con la tecnologia. Solo così si potranno conseguire grandi progressi e grandi scoperte, proprio come il passato insegna. D’altra parte, come diceva Henry Ford: “c’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”. Ci sarebbe da aggiungere “C’è un vero progresso solo se tutte/i contribuiscono a creare le tecnologie”. 

Continuiamo allora a combattere questa buona battaglia per rendere il settore dell’ICT sempre più inclusivo e accessibile a tutti. La vittoria finale non potrà che essere un traguardo condiviso e utile per tutti. 


Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.

Lisa Gelobter: dall’invenzione delle GIF alla lotta contro le discriminazioni di genere

Lisa Gelobter è una scienziata informatica, imprenditrice e dirigente tecnologico. Vanta un background in sviluppo di strategie, operazioni aziendali, design, gestione del prodotto e ingegneria. Donna di colore con una laurea in informatica, Lisa è un’appassionata di streaming e del gioco online. A lei si deve il merito di aver sviluppato l’animazione utilizzata per creare GIF, ma non solo. Oggi parliamo di questa straordinaria donna che nella vita ha dovuto affrontare numerosi stereotipi e pregiudizi, senza mai smettere di seguire la sua passione più grande: le discipline STEM.  

La carriera informatica

Lisa Gelobter nasce a Chicago nel 1971, si laurea in informatica all’età di 20 anni presso la Brown University e si specializza in intelligenza artificiale e apprendimento automatico. Nel corso della sua carriera ha lavorato su diverse tecnologie pionieristiche tra cui Shockwave, una piattaforma multimediale utilizzata per i videogiochi, e il servizio di streaming video online Hulu. 

Le sue innovazioni sono utilizzate quotidianamente da miliardi di persone e includono gli strumenti di animazione delle GIF dei messaggi di testo e delle chat. È stata Chief Digital Officer per BET Networks ed è pioniera nello sviluppo di video su Internet, inclusi Brightcove, Joost e The FeedRoom. 

Nel 2015 è entrata a far parte dell’US Digital Service su invito del presidente Barack Obama. In quel ruolo, ha contribuito a riprogettare e migliorare Healthcare.gov, il sito Web utilizzato per gestire l’assicurazione sanitaria resa disponibile dal governo (Affordable Care Act). È stata anche Chief Digital Service Officer per il Department of Education, dove ha lavorato nel team che ha ridisegnato la College Scorecard, un sistema di valutazione che mostra i tassi di laurea, i guadagni post-universitari e i livelli di debito degli studenti per le università di tutto il paese.

​​L’impegno sociale e la lotta contro i pregiudizi 

Nel 2016 Lisa ha fondato ed è diventata CEO di tEquitable, una società che fornisce una piattaforma indipendente per affrontare questioni di pregiudizio, molestie e discriminazione sul posto di lavoro. Negli anni ha dimostrato di avere grande tenacia, forza e determinazione sia in ambito lavorativo sia in quello sociale. Lisa lavora quotidianamente per rendere il mondo un posto migliore e più inclusivo e il suo impegno su questo fronte le è sempre stato riconosciuto: il suo nome è apparso nella lista delle 100 fondatrici femminili del 2019 stilata da Inc Magazine, oltre ad essere stata nominata una delle persone più creative di Fast Company. Infine, è stata una delle prime 34 donne nere al mondo ad aver raccolto oltre 1 milione di dollari in finanziamenti di capitale di rischio. 

Lisa Gelobter, promotrice della lotta contro le discriminazioni di ogni genere e la difesa dei diritti di tutti, è dunque fonte di ispirazione per tutte le donne: solo con passione, perseveranza e determinazione si possono raggiungere gli obiettivi.


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Nora AlMatrooshi: una carriera “fino alle stelle”

“Fai quello che ti rende felice” questo è il motto semplice ma molto emblematico della prima astronauta donna proveniente dagli Emirati Arabi Uniti. Nora AlMatrooshi, a soli 28 anni, è stata selezionata, tra più di 4000 candidati per prendere parte a un primo step di addestramento in Texas con la classe di astronauti americani scelti nel 2020. Oggi andiamo a scoprire questa storia fatta di coraggio, grande passione e determinazione nel raggiungere i propri sogni, “fino allo stelle”. 

Alle origini dei sogni 

Quando riesci a trasformare un sogno nel tuo lavoro, allora anche le sfide e le fatiche quotidiane assumono un “gusto” diverso. Così Nora AlMatrooshi, ventottenne originaria degli Emirati Arabi Uniti, ha trasformato la sua passione per lo spazio in una professione, diventando la prima astronauta nella storia del suo Paese. Ma facciamo qualche passo indietro, alle origini del sogno di questa giovane grande donna. Nora AlMatrooshi nasce nel 1993 e fin da piccola mostra un grande interesse per il cielo. Amava guardare lo spettacolo notturno delle stelle e a scuola era solita prendere parte a tutti i corsi di astronomia che venivano organizzati. 

Alla passione ben presto si affianca il talento e così nel 2011 la giovane AlMatrooshi vince le Olimpiadi Internazionali della Matematica per gli Emirati Arabi, dimostrando di avere una grande predisposizione per la matematica e le materie scientifiche in generale. Nel 2015, poi, consegue la laurea in ingegneria meccanica e inizia la propria carriera presso la National Petroleum Construction Company. 

Il lavoro dei sogni

La passione per lo spazio e l’astronomia hanno sempre guidato il percorso di Nora AlMatrooshi sotto tutti i punti di vista. La giovane ingegnere si è, infatti, recentemente candidata al processo di selezione degli astronauti che si addestrano al Johnson Space Center della NASA a Houston, Texas. L’iter selettivo è molto rigido e la competizione tra i candidati elevatissima: per l’anno 2021 sono stati più di 4000 gli aspiranti astronauti “in gara”. Nora AlMatrooshi è riuscita a emergere su tutti i colleghi, grazie alla sua preparazione e professionalità, entrando così tra le 65 donne astronaute del mondo e diventando, al tempo stesso, la prima donna astronauta del suo Paese. 

Non solo carriera e passione personale però. A Nora AlMatrooshi si deve anche riconoscere un grande impegno e attenzione per i giovani che vivono nei territori del Medio Oriente. Negli anni 2018 e 2019 la giovane scienziata ha preso parte alla Conferenza Internazionale delle Nazioni Unite sulla Gioventù in qualità di rappresentante degli Emirati Arabi Uniti, facendosi portavoce delle necessità dei suoi connazionali in ambito formativo e professionale.

Alle qualità e ai sogni personali, dunque, la futura astronauta emiratina ha sempre unito l’impegno e la cura delle necessità altrui.

In conclusione

La vita di Nora AlMatrooshi è un esempio chiaro e coraggioso di come non esistano barriere di genere in grado di fermare la tenacia e l’ostinazione nel perseguire i propri sogni. E il cambiamento passa sempre attraverso il coraggio e la determinazione nell’affrontare le sfide che la quotidianità pone sempre e in qualsiasi ambito, a prescindere dal tempo e dai luoghi. 

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Hedy Lamarr, la diva del cinema che inventò il Wi-Fi

Hollywood, anno 1932, appena diciottenne la giovane attrice Hedwig Eva Maria Kiesler, meglio nota come Hedy Lamarr, fu costretta a lasciare la sua patria, l’Austria, per fuggire dalle violenze perpetrate dal regime nazista. Nella patria del cinema la giovane si fece subito notare per il suo fascino e gli ingaggi non tardarono ad arrivare. Hedy Lamarr si ritrovò a recitare a fianco di grandi attori come Clark Gable, Judy Garland e molti altri. Ma il ruolo più importante della sua vita Kiesler lo “interpretò” nella storia della scienza, diventando l’inventrice della tecnologia che è alla base delle moderne reti wireless. 

Facciamo allora un salto indietro nel tempo, negli USA degli anni ‘30, per conoscere la storia di questa donna straordinaria che ha contribuito a cambiare per sempre il mondo digitale e delle telecomunicazioni. 

Da diva a inventrice 

Hedwig Eva Maria Kiesler, nasce a Vienna nel 1914. All’età di soli 18 anni la giovane che aveva da poco intrapreso la carriera da attrice fu costretta a fuggire oltreoceano per scappare dalle persecuzioni del nazismo nella propria terra natale. Un fatto purtroppo quasi “normale” per l’epoca dei regimi totalitari europei, che accomuna le storie di tantissime persone vissute in quegli anni.   

Hedy Lamarr lasciò la sua patria, la famiglia e tutte le sicurezze “di casa” per dirigersi verso la California, verso il “sogno americano”. Giunta a Hollywood, l’attrice decise di continuare la carriera che aveva intrapreso in patria, abbandonando così definitivamente gli studi di ingegneria a cui, in un primo tempo, si era dedicata.

Con lo scoppio del Secondo Conflitto mondiale, la comunità austriaca di Los Angeles decise di mobilitarsi contro il nazismo. Hedy Lamarr, date le sue origini, si sentì personalmente coinvolta in questa iniziativa e iniziò dunque a interrogarsi su come poter dare il proprio contributo alla sconfitta del nemico. Fu particolarmente scioccata dalla notizia dell’affondamento, da parte delle forze di Hitler, di una nave di bambini orfani. Da qui le venne l’idea di mettere a punto un sistema per evitare che i siluri delle forze alleate fossero intercettati dal nemico.

Tornarono così alla mente di Lamarr le nozioni apprese durante gli studi di ingegneria, e la passione per la scienza e per il progresso tecnologico ricominciarono a occupare un posto centrale nella sua vita. Lamarr iniziò a escogitare un modo per distribuire il segnale di guida dei siluri su più frequenze per proteggere gli ordigni dalle interferenze generate dal nemico, Un’idea apparentemente “semplice” ma estremamente geniale.

L’invenzione del Wi-Fi

Grazie all’incontro fortuito con George Antheil, compositore francese che da tempo studiava il controllo automatizzato delle pianole, l’attrice riuscì a dare forma e concretezza ai suoi progetti. 

In un primo momento Antheil fu molto colpito soprattutto dal fascino di Lamarr: “le mie pupille sembravano scoppiare, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo. Davanti a me c’era indubbiamente la donna più bella della terra. La maggior parte delle dive dello schermo non appaiono così belle quando le vedi in carne e ossa. Ma questa era infinitamente più bella che sullo schermo” (George Antheil a Bad Boy of Music). Con l’approfondimento della conoscenza, il compositore si rese presto conto delle eccelse qualità tecniche e intellettuali della bellissima Lamarr. I due si misero al lavoro con l’obiettivo di trovare un modo di teleguidare a distanza gli ordigni bellici in modo sicuro da interferenze nemiche.

Il 10 giugno 1941 Hedy Lamarr e George Antheil presentarono all’ufficio brevetti americano il loro primo progetto, il Secret Communication System: un sistema basato su 88 frequenze, corrispondenti al numero dei tasti del pianoforte. Il sistema utilizzava rulli di carta perforati che ruotando in sincronia, trasmettevano e ricevevano frequenze sempre diverse, evitando così ogni tipo di intercettazione o disturbo.

L’11 agosto dell’anno successivo il brevetto venne loro concesso, ma l’installazione di tale sistema a bordo di un siluro fu ritenuta impraticabile. L’invenzione cadde nel vuoto. O almeno così sembrò in un primo momento. 

Nel 1985, quando la tutela brevettuale cessò di avere efficacia, la nuova tecnologia di Lamarr iniziò a diffondersi divenendo la base della moderna tecnologia telefonica applicata alle connessioni Wi-Fi e Bluetooth. 

In conclusione 

La vita di Hedy Lamarr è un incentivo prezioso rivolto a tutte le donne appassionate dell’ambito STEM e non solo a non trascurare mai le proprie passioni e ambizioni. Non esistono percorsi già tracciati o storie già scritte. Esiste solo la forza di volontà di cambiare le cose e il desiderio di mettersi in gioco. Il passato non è un ostacolo per costruirsi il proprio futuro. Hedy Lamarr ci insegna che con coraggio, ambizione e determinazione, un’attrice può inventare il Wi-Fi e cambiare così per sempre la storia della tecnologia. 

Continuate a seguirci per scoprire le prossime storie di donne che stanno cambiando il mondo. Noi continueremo a raccontarvi le loro visioni perché crediamo che un mondo STEM più inclusivo e senza differenza di genere sia possibile.

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